CABEKI – Non ce la farai, sono feroci come bestie selvagge

La Tacklist:

 

Il Discoracconto:

È un freddo mattino del 1951. Giulio sembra non sentirlo nemmeno. Il disgelo è alle porte, e forse tra un po’ potrà smettere d’indossare quell’ingombrante cappotto di lana.

La prima luce del mattino lo accompagna tra le strade deserte di una Milano ancora dormiente. Giulio zoppica un po’. I giornalai, i panettieri e i netturbini sembrano essere gli unici disposti a tenergli compagnia. Il Corriere della Sera dice che la legge sul riarmo è stata approvata con 325 voti favorevoli. Giulio ha un ricordo troppo nitido della guerra. La salvezza dell’umanità passa attraverso la distruzione, diceva sempre un commilitone che ci lasciò le penne. Giulio ci lasciò solo un piede, durante la campagna di Grecia, in quel freddo inverno albanese che sembrò durare cent’anni. Si rifugiarono tra i monti, mentre i greci continuavano ad avanzare.

La vetta li ripugnava come figli illegittimi e sferzava raffiche ghiacciate di neve durante la notte.

Qualcuno non si vergognava di piangere, qualche altro impazziva; i più si ubriacavano. La mente di Giulio cercava la salvezza in passaggi repentini d’immagini felici. Ricordi che lo ritraevano sdraiato sulla sabbia con Teresa; i fianchi bianco latte e le lunghe gonne colorate cucite a mano.

Giulio sperava nel disarmo, ma anche questa volta la paura aveva vinto sulla speranza. Si ricordava come fosse ieri il peso di quelle armi di metallo e cromo, il rumore assordante di proiettili esplosi tra vallate che lasciavano riecheggiare i sensi di colpa all’infinito, ancora e ancora e ancora.

Sognava la falia della nonna in quelle notti gelide, si svegliava convinto di sentirne l’odore, certo che qualcuno l’avrebbe sfornata da un momento all’altro, tagliata in tanti piccoli pezzi e distribuita al plotone affamato.

Affiora nella sua mente il ricordo del giorno nel quale chiese al suo compagno Michele di sparagli un proiettile nel piede, che lì proprio non ce la faceva più a stare e Teresa l’aspettava sotto le coperte. Teresa poi lo lasciò quando seppe la verità, ma questa è un’altra storia.

Michele aveva aspettato il calare dell’ultima luce, quando tutti si stavano coricando, prima di conficcargli quella pallottola che gli avrebbe salvato la vita e resa inferma la camminata. Non se ne pentì mai. Meglio disertore che cadavere. Meglio zoppo che carnefice.