SAINTAPOLLINAIRE – Principiante della vita

LA TRACKLIST:

 

IL DISCORACCONTO:

«Ricordami dov’è che stiamo andando.»

«Cristo Santo! Te l’avrò detto duecento volte nell’ultima settimana» mi lamento mentre sale in macchina. Si richiude la portiera alle spalle, ci scambiamo un bacio distratto. La freccia lampeggia mentre do gas e mi immetto sulla statale.

«È una serata interculturale tra musicisti.»

Lo sento sbuffare. Faccio finita di niente, anche se la tentazione di inchiodare e farlo scendere è fortissima. Certe volte mi chiedo quando sia diventato così; prima era pieno d’entusiasmo, ora invece pare un principiante della vitaMi sembrava affascinante, carismatico, pieno di sorprese. Ora mi annoia come queste strade: è proprio vero che la città cambia come noi.

Cerco di concentrami sulla radio che trasmette una vecchia canzone di Tenco. Ripasso mentalmente gli accordi e canticchio.

«Che palle ‘sta roba» dice lui.

Stringo il voltante con tutta la forza che ho in corpo e mi mordo la lingua. Ho perso il gusto di litigare. La serata è cominciata con il piede sbagliato: l’oroscopo aveva previsto Saturno contro, avrei dovuto fidarmi per una volta.

La realtà è che spero sempre che le cose cambino da un momento all’altro, così, miracolosamente, mentre dovrei rendermi conto che sono l’unica in grado di invertire il moto di rivoluzione della mia vita.

Dovrei scrivere una bella lettera al sig. Amore e dirgli di concentrarsi su qualcun’altra, che con me ha già fatto abbastanza danni. Parcheggio l’auto in una via secondaria poco distante dal conservatorio.

«Non c’è un parcheggio più vicino?» borbotta.

«No, scendi» rispondo lapidaria.

Camminiamo in silenzio tenendoci per mano come l’abitudine comanda. Un uomo brizzolato in abito bianco ci accoglie con un sorriso gentile. Gli mostro l’invio.

«Tavolo 98, prego, accomodatevi.»

Seduti con noi un sassofonista jazz americano e una violinista vietnamita. Parliamo un po’ delle nostre esperienze musicali, mentre Claudio ingolla spumante e tartine senza capire un acca di quello che stiamo dicendo. Il suo inglese è pessimo e non si sforza minimamente d’intrufolarsi nella conversazione. Josh, il sassofonista, mi racconta di aver suonato nei migliori club nel mondo, ma che il posto che continua ad amare di più è la strada. Gli dico che ammiro la sua passione, lui ride, mi sfiora la mano per sbaglio e si scusa.

«Uè, bello! Put your bird in the underwear!» esplode d’un tratto Claudio.

«What?!» domanda Josh, palesemente in imbarazzo.

E io più di lui, cerco di mettere una toppa alla situazione: «Ma che cazzo ti prende?»

«Sì, sì, fai l’ingenua, tu! Ho visto che ti ha preso la mano… cosa pensi, che sono scemo? Che non lo so per cosa sono famosi quelli con la pelle scura

«Ti prego, dimmi che ho capito male.»

«Hai sentito benissimo.»

«Vattene. Ora. Subito.»

«Guarda che mi hai portat…»

Non fa in tempo a finire la frase.

«VATTENE!»

Gli rovescio il bicchiere mezzo vuoto in testa. Lo spumante frizza su capelli ramati e cola su occhi pieni di rancore. Si alza e si allontana con passo furioso sotto gli occhi dei commensali, non prima di aver esibito un patetico dito medio a Josh accompagnato da un «Goodbye stronzo».

Mentre mi scuso, osservo Claudio varcare la soglia e disperdersi nel buio. D’un tratto mi sento leggera. La sala s’illumina di una nuova luce e mi domando perché abbia aspettato tutto questo tempo prima di mettere la parola fine a quest’agonia autoimposta. Respiro un’aria di cambiamento che sa di libertà e finalmente sorrido.