Recensione romanzo: La notte in cui suonò Sven Väth

“La notte in cui suonò Sven Väth” di Lucio Aimasso (CasaSirio – 2017).

Quando la disperazione si trasforma in poesia. Quando il desiderio di distruzione si trasforma in genesi. Se dovessi riassumere in poche righe il romanzo di Lucio Aimasso, lo farei così.

Classificabile come romanzo di formazione, La notte in cui suonò Sven Väth non mira semplicemente a catturare l’attenzione di un pubblico giovane, adolescente, ribelle, bensì si prefigge l’obiettivo di dipingere su cellulosa una generazione di genitori inadatti al ruolo che si trovano – loro malgrado – ad impersonare.

Ma facciamo un piccolo passo indietro.

Federico Morelli (detto il Moro) è il nostro eroe: ha sedici anni, odia la scuola ed è un technofolle (ma potrebbe tranquillamente essere un punkabbestia o un trap boy, il discorso non cambierebbe). Brucia il presente perché è l’unica cosa che conosce: per lui e per i suoi Soci la parola futuro non ha nessun significato. Il futuro non è altro che l’epicentro della loro rabbia, una parola che ha generato un sisma in grado separare in modo netto e definitivo la loro esistenza da quella dei genitori.

“Io mi chiedo da dove posso essere uscito, che mi perdo ovunque, non ho ambizione… Lui invece adora vincere, è nato per vincere. Io invece non so per cosa sono nato, forse per farlo incazzare.”

Così parla Federico del padre, il Pagliaccio, in un crescendo di tensione che aumenta di pagina in pagina e deflagra sul finale. E poi c’è la madre, la Bellina, uno dei personaggi più azzeccati del romanzo, un affresco vivido e realistico di una generazione che non vuole accollarsi la responsabilità di aver messo al mondo un figlio.

Una madre che vorrebbe essere sorella e finisce per trasformarsi in un fantasma.

Ed è proprio l’esplosivo rapporto tra genitori e figli il punto di forza di questo romanzo. Sarà che è stato scritto con la sincerità di chi si è trovato a combattere su entrambi i fronti?

 

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Photo: Lucio Aimasso, autore de “La notte in cui suonò Sven Väth”

 

Ammirevole anche la costruzione dell’ambiente a sostegno della narrazione: una provincia grigia, noiosa e ripetitiva, dove tutti vanno sempre negli stessi posti perché un’alternativa vera non c’è. E allora tanto vale trovare la libertà altrove, tra le droghe, nella notte, sotto le lenzuola o tra i cessi di una discoteca, con il martellare incessante della musica a fare da colonna sonora.

Amore incondizionato per il personaggio di Viviana, scopamica nonché cugina del Moro (ma qui, ahimè, vi toccherà comprarvi il libro per sapere di più). Vi lascio con una sua frase che riassume bene l’atmosfera che si respira all’interno del romanzo:

“Siamo dei sopravvissuti, Fede, questo siamo, e sopravvivere non è altro che una penosa attesa della morte.”