Per quelli che ci credono ancora. L’atteso ritorno dei Dufresne.

Non posso negare di aver avuto un piccolo tuffo al cuore quando ho letto dell’uscita di un nuovo brano dei Dufresne. Arriverà il 6 settembre e si chiamerà Fuga Nell’Incubo (INRI Records).

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In occasione di questo evento ho deciso di fare un salto nel passato e raccontarvi quello che sono stati per me (e per molti miei amici) i Dufresne. Era il 2006 quando per la prima volta, all’interno di una compilation di Rock Sound (cioè raga, Rock Sound, altro che le playlist di Spotify), ascoltai il singolo Un Lungo Sacrificio. Anticipava l’album Atlantic.

Ne fui immediatamente folgorato. In quel periodo andavo alle superiori e il panorama italiano era invaso dalla moda emo (l’emo quello brutto, non quello fico) che mi faceva letteralmente cagare – anche se ammetto di aver comprato una cintura a scacchi nera e viola ai mercatini Sinigaglia a Milano, ma non ditelo in giro.

I Dufresne erano diversi. Il loro sound era oscuro, le sonorità ricercate e disturbanti, contaminate da un’elettronica ossessiva ma mai invadente.

Fu amore al primo ascolto. Ricordo ancora la gioia di trovare il loro album sugli scaffali di un piccolo negozio di dischi di Gallarate che ormai, ahimè, ha chiuso i battenti. Una sola copia, come fosse lì ad aspettarmi.

Non credo che le nuove generazioni potranno mai capire cosa si provi a stringere tra le mani un disco che desideri con tutto te stesso. Un disco che non puoi comprare online, perché a quei tempi nessuno aveva la carta di credito: erano pochi i fortunati che si potevano permettere acquisti su EMP (tipo il mio amico Matteo che ogni tanto mi graziava con un ordine di gruppo! Tvb). Un disco che non potevi ascoltare su Spotify, perché Spotify non esisteva.

In quegli anni eri fortunato se riuscivi a comprarti una decina di dischi all’anno, ma quei dieci dischi li divoravi fino a quando non si fondevano e iniziavano a saltare le tracce. E così è stato per “Atlantic”. Ricordo che avevo il repeat fisso su Baba Yaga, Readymade Complaints e Siamo Tutti Illusi Di Essere Nel Giusto. Erano i miei tre pezzi preferiti e in qualità di batterista alla prime armi erano quelli che suonavo più spesso, per la gioia dei miei vicini.

E poi sono arrivati i concerti. Ho perso il conto delle volte che ho visto i Dufresne dal vivo. Mi rimarranno sempre impressi nel cuore e nella mente i live al Circolone di Legnano. Erano concerti molto diversi da quelli di oggi.

Erano concerti senza telefoni, senza foto né video. Erano concerti in cui la condivisione non avveniva sui social, ma tra quelle quattro mura pregne di sudore.

Concerti dove si cantava a squarciagola abbracciati gli uni agli altri, e poi un secondo dopo si pogava duro ma sempre con un sorriso ebete stampato in faccia, e se qualcuno cadeva veniva raccolto in mezzo secondo.

dufresne Davide Merli

Foto di Davide Merli

 

Ricordo il muro di bassi che si schiantava contro i nostri corpi facendoli vibrare dall’interno.

E poi ricordo Nicola (Domink per tutti noi), il microfono che volteggiava in aria e lui che scendeva dal palco e si confondeva tra il pubblico, ti prendeva la testa e ti abbracciava, ti faceva cantare al posto suo per farti capire che eravamo un tutt’uno.

Erano concerti nei quali le distanze si accorciavano. Concerti dov’era possibile creare legami veri e duraturi.

Ed è per questo che voglio regalare questo piccolo omaggio ai Dufresne; perché sono davvero felice del loro ritorno, e perché spero che anche le nuove generazioni possano provare queste sensazioni, anche solo per una volta, prima di perdersi nuovamente dietro lo schermo di un telefono.