L’indie è il fast food della musica italiana

Lo so, ormai il termine indie è talmente inflazionato da esser stato svuotato del suo significato, ma l’importante è capirsi. Se vi dico indie italiano automaticamente voi intuite a quale agglomerato di artisti nazionali mi sto riferendo.
È una scena che è riuscita a ritagliarsi una grandissima fetta di mercato, tanto da essersi aggiudicata la nomea di nuovo pop italiano.
Tra i precursori di questa scena, i più influenti sono certamente stati I Cani, ovvero Niccolò Contessa, che ha spianato la strada a un modo di fare musica casalingo, a tratti quasi lo-fi, associato a un songwriting intimista. Intimista, sì… però Contessa non era solo questo. Aveva la capacità, con pochi semplici versi, di dipingere una generazione alla deriva, persa nella banalità, disintegrata in un paesaggio urbano in decadenza. Aveva una visione complessa e articolata di sé, degli altri e del mondo.

Ecco, da I Cani questa nuova generazione di artisti sembra aver preso solo il peggio, il superfluo.

Cosa intendo dire?

Sono comparsi come piante infestanti tutta una serie di gruppi ed etichette che hanno compreso le potenzialità intrinseche di questo modo di fare musica (bassi costi di produzione e massima resa) e hanno furbescamente attinto dal calderone messo loro a disposizione. Fin qui nulla di male, se non che buona parte di queste persone pecca di sincerità e produce musica con estreme malizia. L’intimismo di Contessa (che mi perdonerà per le continue citazioni) si è trasformato in una mera strizzata d’occhio a frotte di teenager – e non – in cerca di emozioni usa e getta, di risate veloci, di una lacrima al volo… una frecciatina politica magari, ma non troppo impegnativa eh, che non abbiamo mica bisogno di fermarci a riflettete su noi stessi e su quello che ci circonda.

Questa scena è diventata un fast food della musica, un luogo dove divorare qualcosa al volo in pausa pranzo. Non importa che sia buono, basta che riempia lo stomaco.

E cosi i ristoranti chiudono, soffocati da una concorrenza spietata. Le porte sbattute in faccia alle band che hanno davvero qualcosa da dire si moltiplicano, e il vuoto culturale del nostro Paese si trasforma in un buco nero sempre più profondo.
Un grande sonno, dove la tecnica, la passione e i contenuti non valgono più nulla.

Non bisogna fare di tutta l’erba un fascio, sia chiaro. Le eccezioni ci sono, ma si contano sulle dita di una mano.

Penso a Edda o a Giorgio Canali… possibile che abbiano più passione loro che un ventenne? Voglia di provocare, di far indignare, di lasciare un segno sulla pelle. Loro che hanno già dato tanto alla musica italiana eppure continuano a non fermarsi, a guardarsi intorno, a riflettere e far riflettere. E le nuove generazioni invece mute, a parlare di cuori infranti con la stessa profondità con cui stilano elenchi senza fine di marchi di vestiti, scarpe da ginnastica, sigarette, e chi più ne ha più ne metta.

Per fortuna qualcuno sembra essersi risvegliato dal grande sonno. Mi vengono in mente  artisti come gli Eugenio in Via Di Gioia con la loro sincera e positiva carica ambientalista, Gigante con la sua fervida immaginazione, o La Rappresentante Di Lista con il loro trasformismo musicale e le loro profonde riflessioni sulla sessualità e sull’identità di genere.

Dei piccoli semi qua e là, che speriamo qualcuno coltivi presto.

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