Qualcuno dica ai Nemesi quanto cazzo ci mancano.

Perdonate il francesismo, ma certe cose vanno dette chiaramente e senza troppi giri di parole. D’altro canto i Nemesi stessi insegnano.

Ci sono band che se scompaiono dalla circolazione tanto meglio, poi ce ne sono altre che fanno sentire la loro mancanza in modo irreparabile. Non c’è bisogno di dire che i Nemesi rientrano in questa seconda categoria di artisti.

Sono passati sei anni dall’uscita del loro ultimo album, La sottile linea grossa, che li ha consacrati come band più cazzuta del panorama italiano. Un disco che era una rinascita, ma di questo ne parleremo più avanti. Ultimamente sulla pagina Facebook ufficiale dei Nemesi sono comparsi una serie di post misteriosi che lasciano ben sperare riguardo ad un possibile ritorno in prima linea della band.

Ma cosa sono stati per me (e per voi, ne sono certo) i Nemesi?

Ero giovanissimo quando ho iniziato ad ascoltarli… tipo, boh, quindici anni o giù di lì. Prima che uscisse L’alba dei morti viventi (debut album folgorante) girava nell’internet un EP – che conservo gelosamente su chiavetta USB – e che conteneva un pezzo incredibile dal titolo Ogni fottuto giorno.

Ho provato a spulciare sul web per vedere se esisteva ancora qualche traccia di questa perla, ma purtroppo non ne ho cavato un ragno dal buco. Era un brano registrato in modo grezzo, probabilmente in presa diretta. La voce di Gilbe sovrastava un muro di chitarre bassi e batteria. Nient’altro. Non serviva nient’altro. Solo rabbia, sincerità, violenza, voglia di far sentire la propria voce. Ne rimasi folgorato. Ricordo ancora a memoria quelle parole che mi fecero innamorare, che mi fecero pensare “loro sono come noi, cazzo, non siamo soli!”.

E forse avrei dovuto pensare a quello che ho vissuto, invece che mandare tutto a fare in culo a 220 all’ora contro un muro, invece che prenderla nel culo. Per ogni sbaglio un siluro, ogni errore puzza di cianuro, sbagli di calcolo rinchiusi nelle mosse, e forse, e forse, e forse….

Potrei aver sbagliato qualche parola, non me ne vogliate, ma insomma, ricordo i brividi che mi salivano lungo la schiena ogni volta che lo ascoltavo. E poi è arrivato L’alba dei morti viventi a confermare tutte le sensazioni che avevo avvertito.

Era un disco duro, sofferto, sincero: un pugno dritto in faccia, verrebbe da dire, ma non sarebbe del tutto corretto. Sì, ok, era un pugno nello stomaco, ma ascoltarlo ti faceva (ti fa, pardon) sentire bene. È come se qualcuno ti stesse dicendo “guarda che non sei matto, anche io vedo il mondo con gli stessi occhi”.

È stato un disco che mi ha accompagnato per anni e non mi ha mai abbandonato, un punto di riferimento, un luogo sicuro nel quale rifugiarmi quando tutto sembrava sul punto di crollare. Ricordo che ogni mattina, mentre andavo al lavoro a Milano e scendevo nella merdosissima stazione di Certosa, mettevo a tutto volume questo pezzo e mi sentivo meglio. Lì, tra quei sottopassaggi umidi e puzzolenti, la musica dei Nemesi mi aiutava a reagire.

E poi Gilbe se n’è andato, e io mi sono sentito perso, perché ascoltando i suoi pezzi mi sembrava di conoscerlo da una vita. So di per certo che questa sensazione era condivisa da molti miei amici.

Questo articolo vuole anche essere una specie di abbraccio a una persona che ha dato tanto, tutto quello che poteva, a me e al mondo della musica. Non ho mai scritto nulla a riguardo, mi sembrava superfluo, ma ora che sono qui, seduto sul divano di casa a pensare a quanto abbiano contato le sue parole nella mia vita, non riesco a farne a meno.

Avete presente le fenici? Ecco, questa figura mitologica riassume alla perfezione la storia dei Nemesi. Non è un caso che la prima traccia de La sottile linea grossa s’intitoli proprio Fenice. La band ha trasformato la propria sofferenza in musica, parole, arte e non si è arresa di fronte alla brutalità della vita.

Sono risorti più fragili di prima: sì, avete capito bene, più fragili. Eh già, perché è proprio questo che amo dei Nemesi, il loro saper dar voce alle emozioni, al caos, alle sofferenze, senza nasconderle dietro un muro d’inutile machismo. D’altronde loro l’avevano detto sin dall’inizio, questa non è un’esercitazione, e l’hanno ben chiarito in questo disco di dieci tracce massicce e gonfie di vita vissuta. Tracce fatte di carne, ossa e sangue.

Il teso di Evasione (parte 2) parla da sé, e non necessita ulteriori spiegazioni:

E per quanto qualcuno abbia cercato di abbattere il mio senso del dovere, la mia passione, la mia autostima, c’è qualcosa nel mio cuore che batte più forte di prima e io ringrazio ogni cosa che mi ha portato fino a qui, dalle scarpe che mi hanno comprato per percorrere il tracciato, dalle torce che mi hanno prestato per scoprire quello che hanno illuminato. E non ci sono cose per cui mi pento, a parte un paio, ma giuro che le sto aggiustando anche senza aiuto. Rimane solo un modo per far funzionare l’irreparabile. Tenere vivo quello che ho conquistato con te, con voi e altre poche persone per cui ne è valsa la pena. Per ogni ferita rimarginata dietro la schiena mi ha accolto una città che è la sintesi di questo posto in cancrena, e io ti giuro, fattelo dire da chi mi era vicino, non ho parlato per troppo tempo e pensavo di smettere per sempre, perché non sarebbe stato più il momento. Questo per quanto poco possa essere va a te e a quello che sei stato per noi e per me, sono vermi che ti scavano dentro il corpo, silenzi che hanno ragione e allo stesso tempo torto, il risultato di quello che abbiamo condiviso, l’esternazione di un sentimento che resta dentro il mio cuore come un taglio aperto ma scolpito. E questo è quello che mi importa per davvero, perciò pur di passare per pezzo di merda, questo è per chi ha osato criticare con la superficialità di chi si sente in diritto di un’osservazione, qui si parla del nostro cuore, di quello che amiamo, di quello che eravamo e saremo per noi e per il nostro dolore, per quello che abbiamo perso, guadagnato, per quello che ancora brucia, anche se solo dentro un disco o una canzone. Ora zitti, avete parlato pure troppo e senza ragione, non contano i grazie e nemmeno uno scusa, noi siamo ancora in piedi tutti quanti, per voi ho fatto anche troppo e la questione è chiusa.

Noi siamo felicissimi che i Nemesi siano ancora in piedi, e speriamo tornino ad esserlo presto sopra un palco, proprio lì dove sono risorti dalle loro ceneri.

LUNGA VITA AI NEMESI, E MANNAGGIALCAZZO TORNATE PRESTO.

 

NdR – Una piccolissima curiosità: su YouTube si trova l’intero EP de Il Triceratopo (ogni volta che ascolto Ritorno al Futuro piango). Per chi non sapesse di cosa sto parlando… beh, cazzi vostri.